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Nel mondo Antal c’è una figura che unisce passione, competenza ed entusiasmo: Gigi, allenatore della RDG e protagonista di un percorso che intreccia sport, formazione e valori collettivi. Con lui abbiamo parlato di come è entrato nella grande famiglia Antal, del suo rapporto viscerale con il calcio e della sua idea di squadra. L’intervista.

 

Gigi, è un piacere averti qui con noi. Parto subito con una curiosità: come sei entrato a far parte del mondo Antal e in quali valori ti riconosci?

“Il piacere è mio, per questa intervista e per far parte del mondo Antal. Di questa possibilità devo ringraziare innanzitutto Davide Morandi, responsabile del settore pallavolo, con cui ho un rapporto di stima e amicizia consolidatosi attraverso le nostre figlie pallavoliste. È Davide che mi ha parlato e messo in contatto con questo mondo, che definirei una realtà di eccellenza da più punti di vista.

Certamente lo è dal punto di vista dell’organizzazione polisportiva, anche grazie al lavoro fondamentale svolto dalla “presidentissima” Laura Cenesi, e delle strutture a disposizione, direi uniche sul piano cittadino. Ed è una realtà di eccellenza innanzitutto per il principio che sta alla sua base, che riassumerei in una parola: cooperazione.

Essere dell’Antal significa non semplicemente appartenere a una squadra o a un settore, ma prendere parte a una realtà cooperativa molteplice nelle sue forme di espressione sportiva, unificate da uno spirito collettivo, collaborativo, inclusivo. Uno spirito che qui si respira come l’aria e che permette di mettere al primo posto la formazione della soggettività nel suo complesso, non esclusivamente dell’individualità tecnica.

All’Antal il noi viene sempre prima dell’io. E ciò, ancor più con i tempi che corrono, è una cosa di straordinaria importanza”.

Sei l’allenatore della RDG, squadra che partecipa al campionato di Terza Categoria. Come nasce l’idea di allenare e cosa rappresenta il calcio nella tua vita?

“Parafrasando Giampiero Boniperti, potrei dire che il calcio non è nel mio cuore: il calcio è il mio cuore. Lo è da quando giocavo come “terzinaccio” destro (era l’epoca della marcatura a uomo, per cui seguivi l’ala sinistra anche in bagno), lo è quando tifo e quando lo guardo (ero probabilmente troppo piccolo per ricordare la prima partita a cui ho assistito), lo è adesso che alleno, sogno che avevo fin da quando ero ragazzino e ora finalmente realizzo.

Dopo alcune esperienze nel mondo amatoriale, ho conseguito la licenza D e adesso eccomi qua alla RDG. In questa attività cerco di mettere a valore il bagaglio di esperienze che ho acquisito e continuo ad acquisire nei miei percorsi lavorativi e di vita, come insegnante e come organizzatore sociale e culturale. Percorsi sempre improntati alla dimensione collettiva, all’obiettivo comune. Agli studenti, ad esempio, ho sempre detto che una classe è come una squadra di calcio: se gli studenti non vanno bene, la responsabilità è innanzitutto dell’insegnante. I docenti che scaricano la colpa sui ragazzi, così come gli allenatori che la scaricano sui calciatori, additano un capro espiatorio per giustificare i propri errori e le proprie insufficienze. Soprattutto in questo periodo storico le figure dei formatori (e gli allenatori lo sono) devono fare un grande sforzo empatico, cioè di entrare in relazione con una generazione che ha le sue particolarità e i suoi problemi specifici. Quando uno inizia un discorso dicendo “ai miei tempi…” parte già con il piede sbagliato, è irrimediabilmente “cringe”.

Si pensi tra i giovani all’aumento dei casi di ansia e alla perdita dell’autostima, che non possono essere liquidate come debolezze individuali, perché rispondono a un contesto sociale in cui c’è un’esagerata pressione performativa, un’insicurezza rispetto al futuro, un clima segnato da crisi, guerre e precarietà. Empatia non significa andare tutti d’accordo o cancellare i ruoli, assolutamente no. Bisogna avere sempre chiari i ruoli, sapendo che a ogni ruolo sono associate delle responsabilità precise.

Un allenatore non deve esitare a dire a qualcuno quando sbaglia, ma farlo sempre a partire dalla capacità di sentire quello che l’altra persona prova e ciò che è più utile per il miglioramento individuale e collettivo. E prima di mettere in discussione quello che qualcuno fa, bisogna innanzitutto e continuamente mettere in discussione se stessi. Non si può infatti chiedere agli altri di cambiare se noi, in quanto responsabili della squadra, non siamo disposti a farlo. Ecco perché il calcio, in fondo, è una concreta metafora della vita”.

È un campionato piuttosto complicato: ci racconti come sta andando la stagione e che gruppo hai a disposizione?

“Dal primo momento che ho incontrato Mauro Minghelli, il nostro responsabile del calcio, sono stato entusiasta di questa sfida e in piena assonanza con i propositi della società. Direi che l’obiettivo della RDG è di costruire un percorso di crescita: del gruppo-squadra, della fiducia nei propri mezzi, della valorizzazione dei giovani, della capacità e della soddisfazione di giocare bene a calcio. Non sto assolutamente dicendo che i risultati non contano, e quelli che abbiamo ottenuto finora sono certamente al di sotto delle nostre possibilità e di ciò che meritiamo. Non fare risultato, tra l’altro, introduce degli elementi di sfiducia, creando potenzialmente un circolo vizioso.

Tuttavia, nonostante una classifica che ritengo “bugiarda”, di settimana in settimana io vedo dei miglioramenti importanti nel nostro modo di giocare e nella convinzione da parte dei ragazzi. Ci tengo a dire che il gruppo che ho trovato, integrato dai nuovi arrivati, è davvero straordinario. Lo è dal punto di vista tecnico e tattico, perché abbiamo tanta qualità tecnica e una rosa tatticamente completa. Lo è dal punto di vista soggettivo, perché si tratta di ragazzi con uno spessore umano profondo, desiderosi di migliorare e di crescere collettivamente, sempre pronti ad aiutarsi l’un l’altro, che lasciano l’io nello spogliatoio e si riconoscono interamente nel noi della squadra. Forse addirittura talmente bravi che ogni tanto manchiamo di un po’ di “cattiveria”, nel senso dell’agonismo sportivo intendo, cioè di quel cinismo che nei singoli episodi ti permette di portare a casa il risultato.

Però tutti quanti sentiamo la tranquillità e la fiducia dell’ambiente, a partire dal grande sostegno che ci fornisce sempre Mauro, e poi grazie a uno staff – composto da Andrea Capolupo detto “Wolf” e Andrea Salvarezza detto “Salva”, con il costante sostegno della presidentessa della RDG Agnese Ventura.  La fiducia in questo gruppo e nel percorso che stiamo facendo è totale. Da parte mia, per ringraziare i ragazzi di quello che mi danno, posso solo dire che per questo gruppo sono disposto a tutto.

Domani arriva il Barca Reno: che tipo di sfida ti aspetti?

“Mi aspetto da parte nostra una prova di carattere, di attenzione e di qualità, come quella che abbiamo fatto a Savigno sabato scorso. In settimana abbiamo lavorato molto bene, con intensità e grande impegno, e tutti sappiamo che allenarsi bene in settimana vuol dire giocare bene la domenica, per prenderci quello che ci meritiamo.

Ci tengo a chiarire che quando prima parlavo di una classifica “bugiarda” non sto tirando in ballo la sfortuna, non mi piace mai farlo (benché per tanti episodi storti verrebbe ragionevolmente la tentazione). Dobbiamo far girare la ruota e l’inerzia, credo che basti un risultato positivo e tutto possa cambiare velocemente. Ogni settimana cerchiamo di imparare dai nostri errori lavorando su ciò che sbagliamo (e quando uso il noi lo faccio perché, come dicevo prima e come ripeto sempre ai ragazzi, il primo responsabile sono io).

In partita dobbiamo avere quella che il Machiavelli definiva “aretè”, cioè la virtù di adattarsi velocemente alle situazioni e piegarle a proprio vantaggio. In uno sport situazionale come il calcio, è una virtù decisiva. E quando c’è un episodio sfavorevole, ancora di più bisogna essere lucidi e calmi, la frenesia è nostra nemica. Ci sono situazioni in cui è necessario rallentare dopo un gol preso, e ricomporre le forze per accelerare quando le circostanze lo permettono. E soprattutto, essere sempre all’altezza del nostro Dna, quello di una squadra che ha già dimostrato di non mollare mai”.

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